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"Fatti &
Sfatti" accende i riflettori sugli argomenti più scottanti,
attuali e curiosi del mondo dell'enogastronomia. Una rubrica graffiante,
a volte polemica, ma sempre propositiva, con lo scopo di costruire e
non di demolire. Uno spazio dove vengono trattati anche argomenti dei
quali solitamente non si ha il coraggio di parlare. Un pezzo scritto
con uno stile agile, a volte divertente e dissacrante, che lo renderà
facimente consultabile anche ai numerosi lettori non addetti ai lavori.
Buon divertimento!
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Pubblicato il 7 Aprile 2009
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Una sorpresa rosé nell’uovo di Pasqua
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Per
entrare in argomento.....
Agli inizi di Marzo il quotidiano francese Liberation ha scritto che il 27 Aprile la Commissione Europea voterà in via definitiva l’autorizzazione a produrre vini rosati anche miscelando vini bianchi e rossi. Il progetto era già stato approvato a fine Gennaio dai rappresentanti dei ventisette Paesi dell’Unione Europea che l’hanno sottoposto al WTO per i necessari 60 giorni di esame. In assenza di sostanziali obiezioni tornerà a Bruxelles dove sarà votato in via definitiva. E i vignerons sono insorti.
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Lo sappiamo già. Quando s’arrabbiano fanno danno. No, non parlo di quelli che stanno preparando una protesta civile a Bruxelles per bloccare il progetto o perlomeno per ottenere che il taglio venga dichiarato chiaramente in etichetta (così almeno io non ne comprerò di sicuro). Parlo di quelli che approfittano di ogni occasione, anche di questa, per soffiare benzina su fuochi mai estinti. Per esempio in Languedoc, dove a fine Febbraio hanno attaccato l’edificio del Ministero dell’Agricoltura, organizzati dal Comité Régional d’Action Viticole. Qualche giorno dopo, il 1º Marzo, ignoti bombaroli hanno piazzato due cariche esplosive al Domaine de la Baume, a poca distanza da Bezier. L’11 Marzo, prima dell’alba, un commando ha svuotato otto enormi tanks pieni di 11.000 ettolitri di vino bianco, rosso e rosato della cooperativa Vignerons des Garrigues di Nîmes, scrivendo con le bombolette la sigla del CRAV sulle pareti dei recipienti ormai vuoti. È molto probabile che mentre scrivo e nei prossimi giorni possano accadere nuovi episodi di questa escalation.
I rivoltosi del CRAV si muovono da diversi anni contro gli importatori francesi di vini italiani e spagnoli destinati ad essere miscelati con quelli locali che risultassero deboli. Il Languedoc è la più grande regione vinicola della Francia e se per gli appassionati di vino rappresenta oggi una positiva rivoluzione per la qualità, la sperimentazione e la ribellione alle più fossilizzate norme vinicole francesi, ha comunque anche un’altra faccia: laggiù c’è un vero oceano di vinacci che non si riesce a spacciare neanche a prezzi stracciati e perciò hanno davvero bisogno di esser tagliati con quelli di base pugliesi o siciliani che sono perlomeno migliori. Ve li ricordate, no? Quelli che hanno sempre rovesciato volentieri le cisterne straniere sulle strade e che ultimamente sono arrivati anche a gettare le molotov e a incendiare le macchine. La regione Languedoc offre dei soldi per l’espianto delle vigne non più adatte a fare buon vino, ma non basta e non ci si può nascondere che queste fanno ancora la parte del leone proprio in quella produzione di vino che non vuol comprare nessuno. Un paio di domande, però, a quei vignerons le farei volentieri.
La prima: «ma pensano davvero che buttare dei buoni vini nei fiumi possa invogliare il consumatore francese di vino a bersi (e magari a vomitare) quell’autentica pipì che viene dalle loro vigne?». Gli ottimi produttori francesi che piazzano le loro bottiglie ad un prezzo giusto non hanno mai avuto grossi problemi di vendite e non hanno mai temuto l’importazione. La temono invece (e s’infuriano e si scatenano come huligans) soprattutto quelli che producono vini che nessuno vuol bere. Anche là in Francia nisciune è fesse. E comunque la decisione dei 27 Paesi dell’Unione è già stata presa a Gennaio e sarà dunque semplicemente ratificata in Aprile senza grossi problemi, perché è il mercato che è cambiato e per chi non riesce ad adeguarsi sarà sempre più dura. Dopo anni di noia a causa di vini molto strutturati e corposi, carichi di tannini e di legno, sembra che si sia invertita la tendenza e che un numero sempre più alto di consumatori preferisca vini più semplici, di pronta e piacevole beva, freschi, con degli aromi delicati ed un tenore alcolico decente, ma non esagerato, più facili da gustare con quasi tutte le pietanze e specialmente con quelle leggere sia casalinghe che del fast-food.
Anche al ristorante e nei bar comincio finalmente a sentire risposte più qualificate alla domanda di rito “bianco o rosso?” e a vedere sempre più rosé in tavola e sui banconi. Un successo meritato fin qui grazie alle versioni prodotte da uve nere vinificate in bianco, lasciando macerare il mosto con le bucce per poche ore, quanto basta per estrarre un po’ di sostanze aromatiche e una bella tinta rosata, a volte pallida e a volte corallina a seconda dell’esperienza e delle virtù del produttore. Sono vini che piacciono, soprattutto con le pietanze orientali e che fanno furore nei mercati dell’estremo oriente. Certo che quando entrerà in vigore la nuova direttiva europea basterà mischiare un rosso con un bianco per creare un rosé senz'arte né parte e anche da questo si capisce che per l’Unione Europea prima ancora di ogni altra considerazione tecnica o qualitativa vengono i grandi numeri ai quali la tipicità e le tecniche di produzione tradizionali possono sembrare d’ostacolo e verrebbero riservate dunque ai soli prodotti di nicchia.
Ed ecco la seconda domanda: «ma se quei vini risulteranno sani, che c’è di male?». In alcuni Paesi qualche rosato lo stanno già facendo così, senza fare troppo rumore, vedi Australia, California, Sud Africa e... ma sì, anche nella stizzita Francia. Sono dei vini che a loro permettono di conquistare i nuovi mercati orientali e che se fatti anche da noi ridurrebbero i quantitativi di quei vini bianchi e rossi destinati alla distillazione perché non trovano clienti. Se la qualità è un pregio, lo spreco è comunque un peccato. Ricordo che molto tempo fa in Ungheria i braccianti polacchi assunti per le vendemmie nella zona di Tokaj s’inventarono un vino che non esisteva prima, lo Szamorodni (in polacco significa “così come viene”) prodotto con le uve non proprio sane ma neanche sufficientemente attaccate dalle Botrytis Cinerea e quindi non utilizzabili per il tipo Aszú.
In origine questo vino derivava proprio dai grappoli lasciati a terra da quei braccianti che facevano la prima selezione delle uve sane destinate alla cantina e che ottennero il permesso di vinificarli per consumo personale. Non mi piace, ma ha un prezzo decisamente popolare ed un grande successo in Polonia e gli Ungheresi non sono così scemi da buttar via ciò che gli altri acquistano volentieri. Oggi è regolato da una denominazione che prescrive quanti anni di invecchiamento (due), quando si può interrompere la fermentazione, eccetera, quindi è considerato un vino di una certa qualità, diciamo pure lo scalino minimo. Ma è sano, fa cassetta e infonde il buonumore sufficiente a chi se lo compra. Anche il topolino vuole la sua parte.
Mario Crosta