LE SCHEDE DEGLI SFIDANTI
Il “buono” di oggi, per quanto ha fatto per le bollicine e per lo sviluppo del vino trentino andrebbe fatto anche santo. Essendo molto difficile conferire però la santificazione ad una intera famiglia, soprassiedo e mi limito a parlare, da misero peccatore, della quasi-santa famiglia Lunelli, che si scrive così ma si legge Ferrari. Chi di voi è passato sull’autostrada del Brennero avrà sicuramente buttato l’occhio verso quella cantina che è sicuramente una tra le maison spumantistiche più famose d’Italia. Nata nel 1902 per mano di Giulio Ferrari, nel 1952 passò a Bruno Lunelli e successivamente, nel 1969, ai figli. Se il periodo pionieristico, coincidente con la gestione di Giulio Ferrari, produsse qualità ma non certo numeri ragguardevoli, il passaggio alla famiglia Lunelli ha portato (gradatamente) anche questo secondo risultato. Oggi sono quasi 5 milioni le bottiglie di spumante che escono dalle loro cantine. Ma prima di uscire i vini devono entrare le uve: quelle dei Ferrari provengono tutte da vigneti trentini solo in parte di proprietà, visto che i loro 120 ettari non potrebbero assolutamente soddisfare il fabbisogno. L’uva più usata è lo Chardonnay, anche se in cantina arrivano anche piccole partite di Pinot Nero, che confluiscono nei due Rosé della casa. Gli spumanti bianchi sono però figli esclusivamente di quest’uva, che raggiunge elevatissime vette di qualità a Maso Panizza (dove nasce il Giulio Ferrari) ma anche ottimi o buoni livelli nelle molte altre parcelle che confluiscono in cantina.
A proposito di cantina: anche se tutti parlano, a ragione, della grande maestria di Mauro Lunelli, durante una recente visita ho avuto il piacere di conoscere Ruben Larentis, il giovane tecnico che gestisce de facto tutte le varie fasi di spumantizzazione. Ho apprezzato molto il suo equilibrio e la sua competenza. Il risultato della visita si può riassumere in una parola: semplicità. In casa Ferrari, a partire dalle fermentazioni per passare alla presa di spuma ed alla maturazione dei vini, si cerca di fare le cose nella maniera più semplice (ma non semplicistica) possibile. La cantina è funzionale, ben organizzata ma non scenografica o hollywoodiana. Non manca niente ma la tecnologia non è ostentata. L’unica cosa su cui si spinge è forse la storia dell’azienda, ma come dargli torto… Grande importanza si dà alla degustazione dei vini ed ai conseguenti assemblaggi. Questi determinano poi i prodotti che dovranno andare in commercio. A parte il Giulio Ferrari ed il nostro Perle’ altri 5 spumanti escono da casa Ferrari. In primo luogo il Ferrari Brut, che fa la parte de leone dal punto di vista quantitativo con più di tre milioni di bottiglie prodotte. C’è poi il Maximum Brut, proposto anche nella versione demi-sec ed i due Rosé. I milioni di bottiglie sono quasi 5, ma non contenti i Lunelli hanno allargato i loro orizzonti sia in Toscana che in Umbria. La tenuta Podernovo a Terricciola e Castelbuono a Montefalco rappresentano l’ingresso della famiglia Lunelli nel mondo dei rossi.
Definire “cattivo” il Presidente degli enologi trentini non è certo un bel cominciare, specie se siamo di fronte ad una persona affabile e gentile. Ma il nostro gioco ha bisogno anche di questo. Dal punto di vista storico Zeni è stata fondata addirittura prima della Ferrari, nel 1882, dal primo Roberto Zeni della dinastia. Ma se i Ferrari si sono specializzati sin da subito nelle bollicine, la famiglia Zeni vi è giunta col tempo, privilegiando i vini rossi, bianchi e dolci. A partire dalle acquisizioni dell’avo (soprattutto nella piana Rotaliana) sino alla più recenti di Maso Nero, gli Zeni hanno sempre avuto il pallino della vigna e della cura del vigneto. La difesa di alcune uve autoctone come la Nosiola e la riscoperta di altre (Rossara in primis) vanno a braccetto con la produzione di Pinot Bianco, Chardonnay, Sauvignon e Müller Thurgau. Tra i rossi il ruspante vitigno principe della Piana Rotaliana, il Teroldego, si declina accanto al vitigno internazionale che da sempre significa eleganza, il Pinot Nero. Chiude il cerchio il Moscato Rosa ed una interessante produzione di Pinot Bianco e, più recentemente, di Teroldego passito. In questo mondo di vini fermi il nostro Brut trova compagnia solo nell’Arlecchino, una Nosiola metodo charmat. Ma non si può tacere della loro storica attività di distillazione, rivolta sia alle proprie vinacce che a quelle di fortunati amici. Come potete capire siamo di fronte ad un’azienda poliedrica, modernamente attrezzata ma anche molto legata alla terra. Nonostante tutti i vini citati la produzione non arriva a 200.000 bottiglie all’anno.
Dal punto di vista dei riconoscimenti il Perle’ Brut 2002 ha ottenuto i Tre Bicchieri dal Gambero Rosso/Slow Food, Quattro Grappoli dall’AIS, 17/20 dall’Espresso e Due Stelle da Veronelli. Il Trento DOC Brut 1995 di Zeni invece si è fermato molto più in basso conquistando Due Bicchieri Rossi dal Gambero Rosso/Slow Food ed Una Stella da Veronelli: non viene citato dalla Guida AIS e dall’Espresso. Adesso andiamo a vedere come si comportano in assaggio.
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