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FATTI & SFATTI / VINO

La cosa peggiore per le uve autoctone è diventare di moda!

 


 

"Fatti & Sfatti" accende i riflettori sugli argomenti più scottanti, attuali e curiosi del mondo dell'enogastronomia. Una rubrica graffiante, a volte polemica, ma sempre propositiva, con lo scopo di costruire e non di demolire. Uno spazio dove vengono trattati anche argomenti dei quali solitamente non si ha il coraggio di parlare. Un pezzo scritto con uno stile agile, a volte dievertente e dissacrante, che lo renderà facimente consultabile anche ai numerosi lettori non addetti ai lavori. Buon divertimento!

Rubrica di Paolo Marchi
Pubblicato: Maggio 2003

La cosa peggiore per le uve autoctone è diventare di moda!

Per entrare in argomento.....

Nel mondo del vino è il momento dei vitigni autoctoni, che senza dubbio rappresentano una piacevole novità e riscoperta dopo anni di dominio da parte di uve un po' "puttane" come lo Chardonnay, il Merlot e il Cabernet.
Ma come al solito tra i produttori seri si annidano anche i furbi, che stanno cercando di "cavalcare la tigre" con grande disinvoltura.....

A fine aprile, l'azienda Carpenè-Malvolti ha organizzato a Conegliano Veneto un convegno sui vitigni autoctoni italiani. Tra i relatori, i professori Donato Lanati e Attilio Scienza, il giornalista Marco Sabellico del Gambero Rosso e il sottoscritto, invitato a illustrare i possibili abbinamenti tra i nostri autoctoni e il cibo, altrettanto autoctono. Il tema, così "circoscritto", mi ha permesso di abbandonarlo subito per togliermi diversi sassolini dalle scarpe, gli stessi che lancio ora.

Ho esordito citando Indro Montanelli che un giorno ricordò un suo incontro con un generale tedesco. La guerra era finita e il graduato scontava in carcere una pena per un crimine commesso durante l'avanzata americana. A un certo punto, l'intervistato chiese a Montanelli ''sa qual è la differenza tra noi e voi? Semplice: un tedesco è un architetto, un avvocato o un muratore, un italiano fa l'architetto o l'avvocato o il muratore". Aveva perfettamente fotografato la nostra capacità di improvvisarci esperti, dei Brancaleoni però geniali, rapidi nel cogliere l'attimo. In tema di autoctoni sta accadendo qualcosa di simile. Ci sono miei colleghi che una domenica inneggiano a Lacrime di Morro d'Alba "perché il futuro tra le viti è nei tesori della nostra terra" e quella dopo scrivono del centesimo uvaggio bordolese come se nulla fosse, a conferma che facilmente esiste una morale per i giorni pari e un'altra per quelli dispari.

E così fanno i produttori che, come ha ricordato Scienza, uno che andrebbe clonato al pari di Lanati, fanno il fatturato, e di conseguenza immagino pure l'utile, con i vitigni internazionali o i nostri nazionali, Nebbiolo, Sangiovese o Barbera, salvo da poco infilare in catalogo un autoctono di nicchia perché fa tanto trendy.
C'è ad esempio un notissimo enologo (uveggia soprattutto in Italia e Francia) in "crisi esistenziale" perché o Merlot o morte. Purtroppo però per lui, da sempre più aziende ultimamente arrivano richieste che vanno oltre il Merlot, il Cabernet e lo Chardonnay.
Grazie a internet infatti (purtroppo o per fortuna?), la tendenza che sboccia in un cantone in poco tempo fa il giro del pianeta, quindi i vitigni autoctoni tricolori incuriosiscono mezzo mondo, tanto che chi non li ha si sente in imbarazzo e corre ai ripari.

E qui viene il bello e in scia pure il brutto: il produttore serio, convinto della validità delle sue scelte, non cambia come fosse una banderuola impazzita e ci pensa su a lungo prima di imboccare altre strade. Altri invece mutano indirizzo come la camicia al mattino appena svegli, e allora ecco che puoi imbatterti in un Primitivo di Manduria (Puglia) imbottigliato e commercializzato in Trentino con in etichetta il Canal Grande di Venezia. Tutto molto italiano!

"La cosa peggiore che può accadere agli autoctoni è diventare di moda" ha detto a Conegliano Donato Lanati. L'ho applaudito.

In Italia, in tutti i campi, siamo portati a credere che siano le formulette o gli slogan a determinare la sostanza di una cosa. Vent'anni fa, sull'onda degli scudetti vinti da Liedholm con il Milan e con la Roma, pareva che se una squadra giocava a zona fosse di per sé vincente, va da sé che se schieri undici somari, marcature a zona o marcature a uomo, non vinci nemmeno la coppa del nonno.
Con gli autoctoni è lo stesso: pare siano eccezionali per il solo fatto che non sono internazionali. E' un deprimente circolo vizioso: la gente, a furia di vedersi offrire Chardonnay o Cabernet o Sangiovese, non appena in un winebar legge di un'uva sconosciuta ordina, beve ed è contenta al di là della qualità effettiva (lo Chardonnay è e sempre sarà la Ferrari dei bianchi) perché ha sentito scendere in gola profumi nuovi. Il gestore, che magari quella bottiglia l'aveva lì per fare un favore, capisce l'antifona e ordina a sua volta, con sempre maggiore decisione, a produttori che mangiano la foglia in una sorta di catena di Sant'Antonio che presto arriva ai giornalisti, smaniosi come tutti di scoprire novità, arcistufi di scrivere del millesimo Chardonnay. E come in tutti i settori, dalla politica in su, in una catena ci sono gli anelli seri e quelli cialtroni.
L'ultima sentita a Conegliano? Mortificante: terra veneta di Prosecco, quello vero, ci sarebbe chi, colta l'attenzione per l'uva Pignolo, l'avrebbe impiantata per sfruttare il momento. Peccato che il Pignolo sia un autoctono friulano...

Forse è solo una leggenda metropolitana ma è tanto italiana da suonare come vera.

Paolo Marchi

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