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"Fatti & Sfatti" accende i riflettori sugli argomenti più scottanti, attuali e curiosi del mondo dell'enogastronomia.
Una rubrica graffiante, a volte polemica, ma sempre propositiva, con lo scopo di costruire e non di demolire.
Uno spazio dove vengono trattati anche argomenti dei quali solitamente non si ha il coraggio di parlare.
Un pezzo scritto con uno stile agile, a volte dievertente e dissacrante, che lo renderà facimente consultabile anche ai numerosi lettori non addetti ai lavori.
Buon divertimento!
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La cosa peggiore per
le uve autoctone è diventare di moda!
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Per
entrare in argomento.....
Nel
mondo del vino è il momento dei vitigni autoctoni, che senza
dubbio rappresentano una piacevole novità e riscoperta dopo anni
di dominio da parte di uve un po' "puttane" come lo Chardonnay,
il Merlot e il Cabernet.
Ma come al solito tra i produttori seri si annidano anche i furbi, che
stanno cercando di "cavalcare la tigre" con grande disinvoltura.....
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A fine aprile,
l'azienda Carpenè-Malvolti ha organizzato a Conegliano Veneto un convegno
sui vitigni autoctoni italiani. Tra i relatori, i professori Donato Lanati
e Attilio Scienza, il giornalista Marco Sabellico del Gambero Rosso e il sottoscritto,
invitato a illustrare i possibili abbinamenti tra i nostri autoctoni e il
cibo, altrettanto autoctono. Il tema, così "circoscritto",
mi ha permesso di abbandonarlo subito per togliermi diversi sassolini dalle
scarpe, gli stessi che lancio ora.
Ho esordito
citando Indro Montanelli che un giorno ricordò un suo incontro con
un generale tedesco. La guerra era finita e il graduato scontava in carcere
una pena per un crimine commesso durante l'avanzata americana. A un certo
punto, l'intervistato chiese a Montanelli ''sa qual è la differenza
tra noi e voi? Semplice: un tedesco è un architetto, un avvocato o
un muratore, un italiano fa l'architetto o l'avvocato o il muratore".
Aveva perfettamente fotografato la nostra capacità di improvvisarci
esperti, dei Brancaleoni però geniali, rapidi nel cogliere l'attimo.
In tema di autoctoni sta accadendo qualcosa di simile. Ci sono miei colleghi
che una domenica inneggiano a Lacrime di Morro d'Alba "perché
il futuro tra le viti è nei tesori della nostra terra" e quella
dopo scrivono del centesimo uvaggio bordolese come se nulla fosse, a conferma
che facilmente esiste una morale per i giorni pari e un'altra per quelli dispari.
E così
fanno i produttori che, come ha ricordato Scienza, uno che andrebbe clonato
al pari di Lanati, fanno il fatturato, e di conseguenza immagino pure l'utile,
con i vitigni internazionali o i nostri nazionali, Nebbiolo, Sangiovese o
Barbera, salvo da poco infilare in catalogo un autoctono di nicchia perché
fa tanto trendy.
C'è ad esempio un notissimo enologo (uveggia soprattutto in Italia
e Francia) in "crisi esistenziale" perché o Merlot o morte.
Purtroppo però per lui, da sempre più aziende ultimamente arrivano
richieste che vanno oltre il Merlot, il Cabernet e lo Chardonnay.
Grazie a internet infatti (purtroppo o per fortuna?), la tendenza che sboccia
in un cantone in poco tempo fa il giro del pianeta, quindi i vitigni autoctoni
tricolori incuriosiscono mezzo mondo, tanto che chi non li ha si sente in
imbarazzo e corre ai ripari.
E qui viene
il bello e in scia pure il brutto: il produttore serio, convinto della validità
delle sue scelte, non cambia come fosse una banderuola impazzita e ci pensa
su a lungo prima di imboccare altre strade. Altri invece mutano indirizzo
come la camicia al mattino appena svegli, e allora ecco che puoi imbatterti
in un Primitivo di Manduria (Puglia) imbottigliato e commercializzato in Trentino
con in etichetta il Canal Grande di Venezia. Tutto molto italiano!
"La
cosa peggiore che può accadere agli autoctoni è diventare di
moda" ha detto a Conegliano Donato Lanati. L'ho applaudito.
In Italia,
in tutti i campi, siamo portati a credere che siano le formulette o gli slogan
a determinare la sostanza di una cosa. Vent'anni fa, sull'onda degli scudetti
vinti da Liedholm con il Milan e con la Roma, pareva che se una squadra giocava
a zona fosse di per sé vincente, va da sé che se schieri undici
somari, marcature a zona o marcature a uomo, non vinci nemmeno la coppa del
nonno.
Con gli autoctoni è lo stesso: pare siano eccezionali per il solo fatto
che non sono internazionali. E' un deprimente circolo vizioso: la gente, a
furia di vedersi offrire Chardonnay o Cabernet o Sangiovese, non appena in
un winebar legge di un'uva sconosciuta ordina, beve ed è contenta al
di là della qualità effettiva (lo Chardonnay è e sempre
sarà la Ferrari dei bianchi) perché ha sentito scendere in gola
profumi nuovi. Il gestore, che magari quella bottiglia l'aveva lì per
fare un favore, capisce l'antifona e ordina a sua volta, con sempre maggiore
decisione, a produttori che mangiano la foglia in una sorta di catena di Sant'Antonio
che presto arriva ai giornalisti, smaniosi come tutti di scoprire novità,
arcistufi di scrivere del millesimo Chardonnay. E come in tutti i settori,
dalla politica in su, in una catena ci sono gli anelli seri e quelli cialtroni.
L'ultima sentita a Conegliano? Mortificante: terra veneta di Prosecco, quello
vero, ci sarebbe chi, colta l'attenzione per l'uva Pignolo, l'avrebbe impiantata
per sfruttare il momento. Peccato che il Pignolo sia un autoctono friulano...
Forse è
solo una leggenda metropolitana ma è tanto italiana da suonare come
vera.
Paolo Marchi
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