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FATTI & SFATTI / VINO

Il vino italiano é proprio tutto "al di sopra di ogni sospetto"?

 


 

"Fatti & Sfatti" accende i riflettori sugli argomenti più scottanti, attuali e curiosi del mondo dell'enogastronomia. Una rubrica graffiante, a volte polemica, ma sempre propositiva, con lo scopo di costruire e non di demolire. Uno spazio dove vengono trattati anche argomenti dei quali solitamente non si ha il coraggio di parlare. Un pezzo scritto con uno stile agile, a volte dievertente e dissacrante, che lo renderà facimente consultabile anche ai numerosi lettori non addetti ai lavori. Buon divertimento!

Rubrica di Paolo Marchi
Pubblicato: Maggio 2002

 

Il vino italiano é proprio tutto "al di sopra di ogni sospetto"?

Per entrare in argomento.....

DOCG significa Denominazione di Origine Controllata e Garantita. Il minimo che ci si deve attendere da un tale vino é che abbia un'origine sicura, cioé che provenga da una zona precisa, delimitata da una legge chiamata "discipliplinare di produzione". Nella realtà c'é il fondato sospetto che questo assioma non sempre sia rispettato, e che esista la possibilità di produrre per esempio un Chianti Classico DOCG con l'aggiunta di una generosa dose di Rosso Piceno. E' il sospetto , poi fugato da una sentenza assolutoria da parte del Tribunale locale, che ha messo alla gogna per quelche giorno una primaria azienda chiantigiana nel Marzo di quest'anno. Al di la del fatto specifico, sta di fatto che in Italia su questioni del genere si é tutti quanti molto puritani. Cioé si fa ma non si dice!

L’ultima cosa che mi sarei aspettato alla vigilia del Vinitaly 2002 non è certo la valanga di complimenti per i Fatti Sfatti di aprile dedicato alle vergogne della rassegna veronese, quanto la totale assenza di e-mail e di telefonate a favore della fiera, comprese quelle partite dall'interno dell'ente stesso. Se nel calcio scrivi male della Juve insorgono i suoi tifosi (ma si congratula l’altra metà d’Italia), se in cucina parli bene di Adrià (n.d.r. l'innovativo chef catalano Ferran Adrià) si incazzano tra Alessandria e Bresso (n.d.r. luoghi di residenza dei critici gastronomici Paolo Massobrio ed Edoardo Raspelli), una minoranza comunque. Il Vinitaly invece vanta migliaia di espositori e un numero ancora maggiore di visitatori ma sembrano formare un popolo di incazzati neri. Non va loro bene niente, tanto che devo correggermi: ho ricevuto svariate critiche, di gente che mi diceva che ero stato troppo gentile.

A noi giornalisti capita sempre questo: se lodi qualcosa o qualcuno dicono che fai una marchetta, se critichi sostengono che sei al soldo di una lobby o sei roso dall’invidia, se cerchi di capire cosa c’è dietro l’angolo l’accusa è quella di scandalismo. E ci sono anche quelli che, esasperati, a caldo, vorrebbero aprire i giornali e leggere che tizio è un ladro e sempronio un pedofilo. Ma così si degenera nei simpatici, magari vetrioleschi discorsi a capocchia che si fanno al bar-sport con il bicchiere in mano. Tante parole, per un cronista, rimangono parole, non fanno mai, per quante siano, un fatto. E per accusare qualcuno nero su bianco servono fatti, documenti, carte che reggano querele e aule di tribunale. Durante il calcio-scandalo degli anni Ottanta, quello che portò il Milan per la prima volta in serie B, un giornalista finì nei guai perché scrisse un articolo usando le frasi in libertà del taxista che l'aveva accompagnato da Fiumicino all'albergo. Pensava, il cronista, di avere fatto un articolo di satira, ma i bersagli delle varie allusioni e battute non la pensarono così.

Tutto questo ricordato perché alla vigilia del Vinitaly un grande produttore del Centro Italia si è ritrovato davanti ai giudici perché, trascrivo dal Messaggero del 27 marzo, <vendeva vino delle colline senesi, ma lo faceva con le uve provenienti da un'azienda di Castel di Lama>, nelle Marche aggiungo. L'incriminato avrebbe venduto come toscani 936 ettolitri di vino privo dei requisiti Doc e Dogc della sua terra, da qui lo spunto per una vicenda dai risvolti interessanti. Io mi chiedo sempre cosa contengano le cisterne che vanno su e giù per le autostrade. In caso di latte o materiale infiammabile lo leggi sulle fiancate, ma quando non c'è scritto nulla? A volte può essere acqua - ma allora sei in zone estreme, cronicamente vittime della siccità -, ma quasi sempre è vino, vino miracoloso perché parte con una veste dimessa, da grande magazzino, e all'arrivo basta imbottigliarlo perché ne indossi un'altra, naturalmente di alta sartoria.

E qui la vicenda dei 936 ettolitri si fa gustosa. Davanti ai giudici, il legale dell'azienda, codici alla mano, solleva un'eccezione preliminare che dà ragione al suo cliente. Il giudice: <Sono state contestate una pluralità di condotte, tra loro anche eterogenee, senza però esplicito riferimento né alla tipologia dei vini ritenuti carenti dei requisiti prescritti dai disciplinari, né gli stessi requisiti che si ritengono mancanti>. E' in pratica la tesi della difesa che si era lamentata per la genericità dell'accusa: <In assenza di questi dettagli, non sappiamo neanche di quale vino si tratta, se Chianti classico, di Brunello o altri>.

La notizia, riportata sulla pagina Affari di Gola del Giornale il 31 marzo e smentita solo a metà aprile, nel frattempo era stata ripresa dal sito www.winereport.com che, come il Giornale stesso, ha dovuto poi prendere atto di una precisazione del produttore, pronto a dichiarare che il 25 marzo era stato completamente prosciolto, altro che cavilli e vizi di forma. Sono contento, un sospetto errato, sbagliavo a pensar male, accidenti di un Andreotti.

Ma (purtroppo o per fortuna?) sono un capoccione e la mia zucca ha le pareti larghe e nemmeno fossi il tenente Colombo, resto con un tarlo in testa. Scrive Franco Ziliani nella sua precisazione: "F.R. mi ha confermato l'acquisto degli ettolitri di Rosso Piceno destinati a un vino da tavola, a marchio Marchese Niccolini, destinato ai mercati esteri, Giappone e Sudamerica in particolare. (...) Non ho alcun dubbio di credere che le cose siano andate come affermato e che il Rosso Piceno sia finito non nel Chianti Classico, ma in un generico vino da tavola destinato all'export". Perfetto, è la quadratura del cerchio, ma perché non dirlo ai giudici? Perché il legale ha parlato di tutt'altro? Perché non ha subito dichiarato che era un <generico vino da tavola destinato all'export> invece di star lì a perdere tempo a strizzare i codici? A dire subito la verità, forse si evitava anche di finire in tribunale, pur se poi completamente prosciolti.

Morale: tutto il vino italiano è vergine, perfetto. E se anche non lo fosse, si trova sempre una giustificazione come quelle signore tutta chiesa che a letto ci danno come assatanate ma solo per fare un piacere a Dio. D come Doc, D come Docg, quando le aboliranno non sarà mai troppo tardi. Eviteremo di prenderci tutti per i fondelli.

Paolo Marchi

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