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FATTI & SFATTI / VINO

Vinitaly: tutti ci vanno nessuno é contento!

 


 

"Fatti & Sfatti" accende i riflettori sugli argomenti più scottanti, attuali e curiosi del mondo dell'enogastronomia. Una rubrica graffiante, a volte polemica, ma sempre propositiva, con lo scopo di costruire e non di demolire. Uno spazio dove vengono trattati anche argomenti dei quali solitamente non si ha il coraggio di parlare. Un pezzo scritto con uno stile agile, a volte dievertente e dissacrante, che lo renderà facimente consultabile anche ai numerosi lettori non addetti ai lavori. Buon divertimento!

Rubrica a cura di Paolo Marchi
Pubblicato: Aprile 2002

 

Vinitaly: tutti ci vanno nessuno é contento!

Per entrare in argomento.....

Il Vinitaly calamita ogni anno decine di migliaia di operatori, consumatori e sbevazzatori.....
Ma la più grande fiera del vino italiano ha strutture totalmente inadeguate, e costringe i partecipanti ad un vero slalom tra lunghe code in auto, alberghi introvabili e ristoranti intasati.
Forse é giunto davvero il momento di ripensare il Vinitaly!!

È giustissimo invidiare chi scrive di cibi e vini, perché girando per ristoranti e per cantine si ha modo di vivere momenti di incredibile piacere in luoghi di straordinario fascino. Ma quando il piacere diventa un lavoro subentra un problema di non poco conto: non puoi andare sempre e solo dove desideri, a volte le circostanze ti obbligano a visitare un locale o a stappare una bottiglia che non gradisci. Proprio per questo al critico enogastronomico si adatta perfettamente quanto un giorno mi disse un anziano cronista: «Paolo, la prima volta che qualcuno ti dice che sei fortunato perché vai sempre fuori a cena, rispondigli avvisandolo che un giornalista della gola è come un ginecologo: lavora dove gli altri si divertono».

Queste parole mi sono tornate in mente quando a marzo ho realizzato, dal numero di inviti, che siamo prossimi al Vinitaly 2002. Come lui nessuno, se ti occupi di vino non puoi non andarci, è come se uno scrivesse di cinema e non avesse mai visto i film di Fellini, certo però che quando leggo che tutto è d’oro e tutto splende penso che o chi lo scrive non ci è mai stato o che si tratta di una pubblicità redazionale.
In Italia, del resto, abbiamo infrastrutture vecchie, inadeguate ai tempi. Prendiamo i nostri stadi pallonari. Fa comodo a molti parlare della spettacolarità dell’Olimpico romano o di San Siro come della Scala del calcio, salvo andare in Olanda, ma non solo, e scoprire impianti dove accedi con tessere magnetiche, strutture coperte dotate di ogni comodità, dei salotti dove vai alla partita e non alla guerra come nei nostri catini a tutta imbecillità ultrà.

Al Vinitaly convivono inferno e paradiso. Il lato bello sono i vini, la possibilità di avvicinare in pochi giorni, e nello stesso posto, i produttori di ogni angolo della terra. Il lato negativo la mancanza di sensibilità, chiamiamola così, dell’amministrazione comunale di Verona verso la fiera e la mancanza di controlli sul tran tran quotidiano. Avete in mente quel modo di dire: entrano cani e porci? Ecco, calza a pennello.
Ma andiamo con ordine. Siete di Milano, Udine o Firenze e per recarvi a Verona usate l’auto? Allora sappiate che chi ha studiato il nuovo casello di Verona sud andrebbe appeso per le braccia in mezzo all’Arena e lasciato lì a penzolare per tutta la durata della manifestazione. Hai una miriade di gabbiotti per pagare il pedaggio ma subito dopo la via si stringe che parlare di imbuto è persino poco, siamo infatti al foro di una cessidra, con un sottopassaggio dove le auto passano lente lente come granelli di sabbia. In pratica sei subito fermo in coda anche perché tutto attorno alla fiera non ci sono aree per il parcheggio serie e quelle che ci sono sembrano eternamente rimediate all’ultimo momento, con incredibili attese per entrare, pagare e uscire, con limiti orari da cantone svizzero delle valli più isolate delle Alpi.
Non solo: se decidi di usare il treno, trovare un taxi è un’impresa degna di Messner e degli Ottomila himalayani. Con la scusa che Verona non è New York (vero, nel bene e nel male), ci sono le solite dieci vetture e se appena appena accenna a piovere spariscono pure quelle. Naturalmente nessuno pensa a potenziare il servizio per il periodo del Vinitaly, tanto questo è e questo prendi (o lasci).

Negli alberghi poi siamo alle comiche (si fa per dire). Chiami per prenotare e dal tono capisci che ti compatiscono: «tutto prenotato, facciamo per la prossima edizione?». Morale: o l’ente o un produttore ti gira una sua camera o te ne torni a casa. Naturalmente la stanza costa come una suite al Ritz di Parigi ma spesso si rivela un buco in cui avresti vergogna a mettere la tua colf.

I ristoranti idem: tutti prenotati dalle cantine per cene dai mille lustrini e poca sostanza. Il giorno che ricevo questo invito faccio festa: «Caro signor Marchi, sicuri che la sera del 12 aprile lei sarà distrutto da una giornata in fiera, invece di invitarla a cena, aggiungendo stress a stress, abbiamo prenotato per lei una suite con idromassaggio al grand hotel Passione di Giulietta. Naturalmente l’invito è esteso alla sua signora. Troverà in camera bollicine firmate e una ricca scelta di crudità di mare che vi aiuteranno a rilassarvi pensando ai nostri prodotti». No, è tutto un venga qui, corra là, annusi su, sputi giù. Due palle? No, cento.

E non se ne stanno meglio gli espositori, alle prese con l’eterno problema degli ingressi-regalo per i clienti più importanti. Per fare un esempio, i singoli cantinieri di una certa regione italiana che ha fermato un’area intera, dopo che ognuno ha scucito 5 milioni per il suo mini-stand, hanno ricevuto 10 deliziosi talloncini che danno l’opportunità, presentandosi ai botteghini della fiera, di acquistare un autentico biglietto d’ingresso con lo sconto, ovvero 20 euro invece di 30. Sai che gioia: vuoi farti bello presso un giornalista o un cliente e lo obblighi a pagare. Lo stesso produttore può acquisire altri tagliandi, definiti omaggio, al prezzo di favore di 10 euro.

Questa storia degli omaggi a pagamento mi ricorda i piloti degli aerei che a decollo avvenuto ti salutano beati e pure un po’ beoti: «Il comandante è lieto di avervi ospiti a bordo dell’aereo...». Ospiti? Paga lui? Boom.

E dentro cani e porci a iniziare da quei produttori di grappa che ingaggiano signorine che fanno pubblicità all’amore per la carne (di donna), altro che Bacco e lo stile. Io mi chiedo sempre cosa succede nel chiuso dei camerini... tutta una fermentazione dei lieviti? Poi quelli che girano ovunque per rastrellare materiale e bere gratis e sembrano reduci da un raduno degli alpini. Fanno il paio con quelli delle tre tavolette e gli espositori che mettono musica a tutto volume perché per loro il vino è una bevanda da night e discoteca. Poi c’è chi si chiede perché i grandi nomi si blindano in stand che o sei un vero vip o nemmeno ti permettono di fare un passo al suo interno....

Anche per il Vinitaly vale lo slogan coniato per il festival della canzone «perché Sanremo è Sanremo», che tutti guardano e nessuno stima perché solo a pensare a chi vi canta uno si dà del cretino per non avere fatto altro.
Così si va a Verona perché «il Vinitaly è il Vinitaly», ma é meglio non chiedersi cosa sia davvero.

Paolo Marchi

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