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"Fatti &
Sfatti" accende i riflettori sugli argomenti più scottanti,
attuali e curiosi del mondo dell'enogastronomia. Una rubrica graffiante,
a volte polemica, ma sempre propositiva, con lo scopo di costruire e
non di demolire. Uno spazio dove vengono trattati anche argomenti dei
quali solitamente non si ha il coraggio di parlare. Un pezzo scritto
con uno stile agile, a volte divertente e dissacrante, che lo renderà
facimente consultabile anche ai numerosi lettori non addetti ai lavori.
Buon divertimento!
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Pubblicato il 1º Dicembre 2009
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"Mais voilà, le Saint-Sagranton!"
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Per
entrare in argomento.....
Giovedì 19 novembre presso la Chiesa-Museo di San Francesco a Montefalco è stata presentata la nuova classificazione sperimentale del Montefalco Sagrantino DOCG decisa dal Consorzio Tutela Vini Montefalco. Questo progetto pilota, elaborato in collaborazione con l’Università di Firenze ed autorizzato nel dicembre scorso da un decreto del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, è innovativa perché attribuisce ai vini le classi di merito, ricalcando il modello dei cru di Saint-Émilion a Bordeaux, che verranno assegnate da un’apposita commissione ministeriale di degustazione e valutazione. |
Un battesimo con dei padrini illustri, in occasione del trentennale della prima DOC, tra cui i professori Vincenzo Zampi, Attilio Scienza e Denis Dubourdieu, il ministro Zaia, il presidente del consorzio Patrizia Crociani e, fra i giornalisti, il francese Thierry Desseauve. Una giornata a discutere di certificazione, qualità e classificazione e poi la sera e il giorno successivo passate a una serie straordinaria di degustazioni e visite a gogò. Che invidia! Tutto è perfettibile, ma ciò che è cominciato a Montefalco va nella giusta direzione. La sperimentazione in una zona rinomata muove perlomeno le acque in quegli stagni di sperequazione qualitativa che per dei vini DOCG ormai non sono più tollerabili: fra bottiglie con la stessa denominazione in etichetta e la stessa fascetta di garanzia ci sono delle differenze di valore assolutamente incomprensibili per un cliente che non sia un esperto intenditore e che ha bisogno perciò di essere ulteriormente informato da etichette più chiare.
In quanto a vino e a legislazione vinicola, la zona presa ad esempio dai produttori umbri è indiscutibilmente un punto di riferimento mondiale, segno che dalla Francia, a parte la testata di Zidane a Materazzi al mondiale di calcio e la manina santa di Henry che ha imbufalito il Trap e l’Irlanda, alle volte si può anche imparare. Per quanto riguarda il vino, la grandeur de la France è indissolubilmente legata da secoli agli eccellenti vini di Bordeaux. In quella regione atlantica sull’estuario della Gironda, favorita da condizioni ambientali, pedologiche e climatiche davvero eccezionali per la vite sulle rive della Dordogna e della Garonna, si fanno i vini più famosi e costosi del mondo, anche se questi sono soltanto una piccola percentuale di una produzione mastodontica: circa 860 milioni di bottiglie prodotte nel 2008 da quasi 70.000 produttori su circa 125.000 ettari.
Ed è proprio per fare la chiarezza migliore possibile nella distinzione dei valori in bottiglia che a Bordeaux sono nati dei termini che fanno parte ormai del lessico enologico anche in tutti gli altri Paesi del mondo e che sono sulla bocca e nei sogni degli appassionati di vino, come château, cru, terroir. Non certo da ieri. È dal 1855 che in quell’olimpo enologico si applica quello che viene considerato ancora oggi il più efficace sistema di classificazione dei vini, basato più sulla qualità dei produttori che non sulla zona di produzione e che mette in scala le differenze di livello dei Cru Classé per numero ordinale, a partire dal premier cru (o 1-er cru). Un sistema esemplare? Sono in molti a crederci. Ma non crediate che sia tutto rose e fiori. Quella è terra di galli e di galletti. Ça c’est la France!
Ogni AOC del bordolese (e sono tante!) ha scelto perciò un suo sistema di classificazione ed ancora oggi in qualcuna si litiga un giorno no e due sì per ridefinirlo con tutt’altri criteri. È di quest’estate la proposta di cambiare un’altra volta le regole per esempio delle AOC Bordeaux e Bordeaux Supérieur con l’introduzione di una novella Bordeaux Premier Cru per complicare il mazzo. E pensare che in alcune zone ne avevano già introdotte nel frattempo delle altre, come Cru Bourgeois, Cru Bourgeois Exceptionnel e Cru Bourgeois Supérieur, già finite a gambe all’aria dopo una serie di scandali riguardanti le commissioni di degustazione che stabilivano i vari livelli. Della serie: tutto il mondo è paese…
È vero che l’AOC Saint-Émilion, che ha ispirato i produttori di Montefalco, è quella che fra tutte si è assestata senz’altro meglio, anche perché è stata riclassificata dal 1954 con un ulteriore sistema che si fonda su una revisione prevista ogni 10 anni circa ed è indubbiamente la meno complicata. Il livello più alto dei grandi vini di Saint-Émilion è definito come Premier Grand Cru Classé, seguito dal Grand Cru Classé e, infine, dal Grand Cru. Inoltre il Premier Grand Cru Classé è suddiviso a sua volta in due gruppi, A e B, dove A raccoglie l’eccellenza (tanto per non far nomi… Château Cheval Blanc e Château Ausone).
Sappiamo perfettamente tutti quanti che la garanzia qualitativa dichiarata con una definizione in etichetta corrisponde alla verità soltanto in parte, poiché l’esperienza insegna che queste indicazioni non sono indiscutibili né assolute ed esistono le solite eccezioni che confermano la regola, perché la qualità la fanno la terra, il sole ed il genio del vignaiolo, non certo un pezzo di carta incollato sulla bottiglia. Ma questo è un sistema di classificazione molto semplice, chiaro e soprattutto rivedibile ogni decennio circa, come negli anni 1969, 1986, 1996 e 2006.
Ogni medaglia però ha il suo rovescio. La quinta revisione è stata sospesa già l’anno successivo per insanabili disaccordi e dopo diversi strascichi è stata addirittura annullata, prorogando fino al 2011 quella del 1996, con 13 vini Premier Grand Cru Classé e 55 Grand Cru Classé su 860 ettari (invece di 15 e 46 con parecchi declassati). A Montefalco sono proprio sicuri di non imboccare, come hanno poi fatto i cugini d’oltralpe, una strada di picche, ripicche e risse? Io gli scongiuri non li so fare. È un’arte tutta napoletana. Faccio loro perciò tanti auguri. Ma cosa credete che tocchi la mia mano?
Lasciamoli però lavorare, perché un progetto simile comporta anche miglioramenti qualitativi reali e non soltanto supercertificati: tracciabilità del vitigno sagrantino garantita dalle ricerche dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, blocco di nuovi impianti fino al 2012, obbligo di imbottigliamento in zona, densità minima di 4.000 ceppi per ettaro, abbassamento delle rese produttive da 80 quintali/ettaro a 70, aumento del periodo di invecchiamento da 30 a 37 mesi (almeno 12 in legno e almeno 4 in bottiglia). Che non sono affatto bruscolini...
Mario Crosta