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"Fatti &
Sfatti" accende i riflettori sugli argomenti più scottanti,
attuali e curiosi del mondo dell'enogastronomia. Una rubrica graffiante,
a volte polemica, ma sempre propositiva, con lo scopo di costruire e
non di demolire. Uno spazio dove vengono trattati anche argomenti dei
quali solitamente non si ha il coraggio di parlare. Un pezzo scritto
con uno stile agile, a volte divertente e dissacrante, che lo renderà
facimente consultabile anche ai numerosi lettori non addetti ai lavori.
Buon divertimento!
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Pubblicato il 7 Ottobre 2008
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E se lo
chiamassimo Brunello di Montalcino Storico?
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Per
entrare in argomento.....
Ho letto
molti commenti sul caso del Brunello di Montalcino e cercato di
comprendere le ragioni, le critiche e le speranze di tutti gli
appassionati di vino, che siano essi produttori, commercianti,
commentatori o clienti. Di parole aspre ne ho sentite e lette tante ed
anche le mie, qui e altrove, a volte lo sono state. Se qualcuno,
leggendole, si è ritenuto offeso, chiedo scusa. Non era certo mia
intenzione andare oltre un giudizio personale. Ma è venuto il tempo di
superare il rischio di una notte dei lunghi coltelli o di una lunga guerra
civile e non posso certo tirarmi indietro.
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Si sono espressi
tutti, a partire da Franco Biondi Santi, Gianfranco Soldera, Angelo Gaja, Ezio
Rivella, Franco Ziliani, Roberto Giuliani, Sandro Sangiorgi, Alessandro
Masnaghetti e Carlo Macchi, solo per nominarne alcuni e spero che non se la
prendano gli altri, numerosissimi, partecipanti al dibattito. Chi punta a
modificare il disciplinare e chi punta a non mollare un millimetro. Il
disciplinare DOCG del 15 Novembre del 1980 era già stato modificato il 10 giugno
1998, creando non poche discussioni, e sinceramente non è che si possa andare
avanti di modifica in modifica a seconda dell’aria che tira. Anche perché questa
volta una modifica aprirebbe probabilmente la strada ad altre modifiche a catena
un po’ dappertutto e lo sanno tutti, da Barolo a Montefalco.
Non critico né le
posizioni né le proposte di nessuno, sia ben chiaro. Sono tutte state espresse
con grande serietà, competenza e sofferenza dal proprio punto di vista. Spero
però di contribuire umilmente a delineare quale possa essere una strada comune.
Tanto la si deve trovare prima o poi, perché ad andare avanti così si rischia
molto. C’è pur sempre un regolamento della Comunità Europea molto discutibile
(numero 753 del 29 Aprile del 2002) che non avvantaggia di certo le nostre
migliori produzioni, quindi non sarebbe consigliabile perdere ancora altro
tempo. Come suggerisce in Wine Surf il nostro Carlo Macchi…
parliamone!
Comunque non
toccherei proprio per niente né la DOC Sant’Antimo né la DOC Rosso di
Montalcino, che si stanno facendo la loro strada così come sono. Perché mai
passare ai fratelli minori una patata bollente che invece riguarda in modo
specifico, in esclusiva e senza ombra di alcun dubbio il fratello maggiore, cioè
la DOCG Brunello di Montalcino che è alle prese con il Sangiovese più
prestigioso del mondo, ma che è anche quello più difficile da
vinificare?
Bando alle ciance
e veniamo al sodo. Ha ragione Hugh Johnson: “i vini non possono diventare
buoni per legge”. E allora per mantenere i vini buoni, che è quello che
conta davvero, si adegui piuttosto la legge, dando il dovuto risalto a chi l’ha
sempre osservata puntualmente secondo la tradizione ed evitando un’assurda via
forcaiola a chi la vuole adeguare al giudizio del mercato. Il disciplinare DOCG
si potrebbe modificare con soddisfazione di tutti. Sia di chi s’impegna nella
ricerca del miglior risultato con il Sangiovese al 100%, sia di chi ne utilizza
almeno l’85% insieme ad altre varietà rosse coltivate in tenuta.
Quest’ultima non
è certo una percentuale campata in aria, ma è la stessa che è già stata
accettata internazionalmente come sufficiente a definire un vino con il nome del
vitigno principale di provenienza che può essere specificato in etichetta. Uno
fra i tanti esempi in proposito ci viene anche dalla Sicilia, dove con questa
percentuale si può aggiungere il nome del vitigno Nero d’Avola in etichetta
all’indicazione di DOC come Contea di Sclafani, Menfi, Monreale, Riesi, Sambuca
di Sicilia, Santa Margherita di Belice e Sciacca. Non è che ci sia da
stravolgere tutto, semmai basterebbero un paio di concetti con definizioni
semplici, di buon senso, inseriti nel disciplinare attuale.
Si riferisca la
dizione Brunello di Montalcino ai vini prodotti utilizzando almeno l’85% di
Sangiovese in uvaggio o assemblaggio con altre uve a bacca rossa ammesse alla
coltivazione a Montalcino ed esclusivamente coltivate in tenuta ed imbottigliate
in zona, con la facoltà di indicare in etichetta la sottozona aziendale di
provenienza ma col divieto di usare le parole “vigneto” e “vigna” o di indicare
il vitigno principale.
Si permetta di
usare la dizione Brunello di Montalcino Storico solo a chi produce vini
utilizzando il 100% di uve Sangiovese esclusivamente coltivate in tenuta ed
imbottigliate in zona, con la facoltà di indicare in etichetta la sottozona
aziendale di provenienza anche utilizzando le parole “vigneto” o “vigna” nonché
l’indicazione del vitigno principale.
Breve, succinto e
senza tanti fronzoli. Se poi si cercasse anche di mettere una bella ciliegina
sopra la torta, non vedrei di meglio che una dichiarazione di territorialità
delle uve garantita da una benvenuta certificazione del Sindaco con il suo bel
bollino aggiuntivo, un sogno del Gino nazionale che almeno in questo non trovò
mai avversari. Quello che infatti mi appare importante è che sia garantito il
segno del territorio, qui come per altre DOCG, con la fine del fenomeno degli
inseguimenti notturni a cisterne che arrivano da chissà dove.
Aggiungerei un
paio di altre considerazioni e cioè che se si è permesso un 2% di margine
d’errore ai vivaisti non lo si può negare a chi poi compra dagli stessi le
barbatelle, visto che attualmente l’unico controllo veramente affidabile è
l’audit sul campo, condotto sia sulla base della documentazione che sulla
verifica in vigna e in cantina. Da quanto è emerso finora non ci sono infatti
altri controlli maggiormente affidabili per evidenziare le irregolarità nella
composizione varietale di un vino.
Sappiamo tutti
che verrà un giorno in cui quell’autentico mostro che si chiama elettronica
riuscirà a mettere il naso anche qui ed a fornire metodi analitici e tecnologie
“sicurissime” (si fa per dire, come ben sa chi al momento del bisogno s’è
trovato bloccato in ascensore o in macchina senza pietà fino all’intervento di
un tecnico col laptop che non sempre però è riuscito a risolvere in quattro e
quattr’otto quel maledetto guasto di quelle ancor più maledette diavolerie
elettroniche…).
Mario Crosta