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"Fatti &
Sfatti" accende i riflettori sugli argomenti più scottanti,
attuali e curiosi del mondo dell'enogastronomia. Una rubrica graffiante,
a volte polemica, ma sempre propositiva, con lo scopo di costruire e
non di demolire. Uno spazio dove vengono trattati anche argomenti dei
quali solitamente non si ha il coraggio di parlare. Un pezzo scritto
con uno stile agile, a volte divertente e dissacrante, che lo renderà
facimente consultabile anche ai numerosi lettori non addetti ai lavori.
Buon divertimento!
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Pubblicato il 2 Ottobre 2007
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Assaggia te che ammè mmi viene da ridere!
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Per
entrare in argomento.....
Winesurf, il giornale di enogastronomia on line del collega Carlo Macchi ha lanciato un’inchiesta sulle commissioni di assaggio dei vini a denominazione d’origine. Ci vorrà del tempo, perchè inizia con un questionario da distribuire ai produttori a cui ne seguirà uno specifico per gli enologi. Intanto si intervisteranno i responsabili di varie Camere di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura che le formano. Li aspetta un grosso lavoro, perciò auguro sinceramente a Carlo ed ai suoi collaboratori in bocca al lupo! |
Carlo non sa ancora di questo scritto. Se ne accorgerà soltanto tra poco, non appena troverà il tempo di cliccare qui. Sarà senz’altro una sorpresa per lo stimatissimo collega e spero che non me ne voglia, ma cosa volete che vi dica, a me questa sua iniziativa piace molto, se ne sentiva davvero il bisogno. C’è qualcosa che non va in questo momento nel mondo dei vini italiani di qualità, quelli che ottengono il benestare delle commissioni d’assaggio delle CCIAA alla denominazione, se al concorso enologico internazionale Decanter World Wine Awards 2007 con parecchi di questi vini abbiamo fatto una figura barbina.
Su 7.642 vini provenienti da tutto il mondo i vini italiani erano ben 1.021. Tutti sono stati assaggiati rigorosamente alla cieca (mica come fa Wine Spectator o… Speculator come sarebbe meglio chiamarlo) e hanno portato a casa solo 1 International Trophy, 5 Italian Trophies, 14 medaglie d’oro e un po’ d’altre medagliette, mentre quasi la metà non ha portato a casa uno straccio di un bel niente, neanche una consolazione di carta. Troppi dei nostri vini non hanno più un’identità, una tipicità ed un carattere che li distingua in modo particolare da tutti gli altri, come invece avveniva una volta.
Ma se questo è il risultato a valle, che cosa c’è a monte? Mettiamoci nei panni di un qualsiasi appassionato di vino che voglia vedere cosa c’è dietro al calice. Uno dei collaboratori di Winesurf è stato per alcuni giorni presso un produttore, come si racconta in questo articolo, fino a dare una mano a imbottigliare con tanta premura e la dovuta professionalità ben quattro campioni di vino da mandare alla commissione di assaggio per la denominazione d’origine. Risposta: uno solo è passato, ma gli altri tre no, per "problemi chimici e degustativi".
Beh, a questo punto anche senza volerlo possono venire dei dubbi e poiché fra i commenti dopo la pubblicazione dell’articolo arrivano alla redazione anche delle italianissime "soffiate" ecco che scatta la decisione di capire come funzionano le commissioni, quali ne sono i pregi, i difetti, i punti deboli e le cause dei pettegolezzi, da qui l’inchiesta. Le commissioni d’assaggio delle CCIAA sono quelle che danno ad un vino l’idoneità a chiamarsi DOC o DOCG e sono di solito composte da "professionisti privati con interessi nel mondo del vino" cioè quasi sempre ed in gran parte da enotecnici che prestano servizio per alcune delle stesse aziende che sottopongono i campioni al loro giudizio (alla cieca).
Quindi si tratta di controlli che vengono effettuati da coloro che devono essere controllati. Non c’è che dire: cane non mangia cane, asinus asinum fricat, che bell’affare! Ma si sa, siamo quel Paese dove fatta una legge trovato l’inganno. Non posso quindi che condividere e sostenere la decisione di Carlo nell’invitare ovviamente chi volesse contribuire con altre informazioni su questo tema a scrivere a info@winesurf.it oppure a telefonare alla sua redazione: Tel. 0577.981652.
Da questa nostra patria del diritto (che mi sembra piuttosto un rovescio, dato l’andazzo) passiamo invece ad un Paese che non ha due millenni e passa di enologia alle spalle ma che ci bagna il naso perlomeno nel buonsenso. Si tratta di un fatto ben segnalato il 2 Agosto scorso da un post del blog dell’amico Franco Ziliani che richiamava un post del blog di Gianpaolo Paglia, produttore in Maremma. Se vi fossero sfuggiti, vista la data da fuggi fuggi al mare, andate a leggerli. Nei due pezzi si parla della revisione della regolamentazione dei vini di qualità decisa dalla canadese British Columbia Wine Authority che è l’istituzione laggiù demandata ai controlli, all’attuazione dei regolamenti, alle campionature e al rilascio dei certificati.
Stabilendo un periodo transitorio fino alla fine del 2008, si introduce una modifica sostanziale: "le seguenti persone non devono avere interessi diretti nell’industria del vino: il Direttore dell’Authority, gli impiegati dell’Authority, gli appartenenti alle commissioni di degustazione e gli ispettori o controllori”. In parole povere si stabilisce una volta per tutte che tra chi controlla e chi viene controllato ci deve essere distanza ed indipendenza. Una riforma che non costa assolutamente nulla ma che nel nostro Paese non si farà quasi certamente: troppa grazia, Sant’Antonio!
Mario Crosta