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FATTI & SFATTI / VINO

Vino sempre più buono? OK, ma a che prezzo!

 


 

"Fatti & Misfatti" é una rubrica che accende i riflettori sugli argomenti più scottanti, attuali e curiosi del mondo dell'enogastronomia.
Una rubrica graffiante, a volte polemica, ma sempre propositiva, con lo scopo di costruire e non di demolire.
Uno spazio dove vengono trattati anche argomenti dei quali solitamente non si ha il coraggio di parlare.
Un pezzo scritto con uno stile che lo renderà facimente consultabile anche ai numerosi lettori non addetti ai lavori.
Buon divertimento!

Data di pubblicazione: 19/06/2001

 

Vino sempre più buono? OK, ma a che prezzo!

 

Per entrare in argomento.....

Ormai i prezzi di alcuni vini hanno raggiunto prezzi da capogiro, ma questo gioco al rialzo potrebbe ritorcersi fra qualche tempo contro alle astesse aziende, anche se il loro motto oggi sebra essere "indietro non si torna".

"Al ristorante non ordino mai una bottiglia che costa più di centomila lire. Mi vergogno!" Non sono le parole di un consumatore qualsiasi, ma le affermazioni di un paio di anni fa di un personaggio eccellente del vino italiano: Luigi Veronelli.
Una presa di posizione, quella di Veronelli, che dovrebbe suonare come un campanello di allarme a molti produttori del vino italiano che stanno cavalcando un momento di mercato molto positivo senza troppo preoccuparsi del futuro. In questi ultimi due - tre anni il vino, quello di qualità, è divenuto un fenomeno di moda, che ha conquistato vecchi e soprattutto nuovi consumatori. Un tempo al tavolo del ristorante si parlava di calcio e di politica, oggi si sente parlare di vino. Parlare del vino fa status.
Però - nonostante i corsi Enotime, AIS, Arcigola e quant'altri, nonostante la ricca pubblicistica con articoli sul vino che compaiono sui giornali e le varie guide enologiche - il consumatore, tranne qualche eccezione, ha una scarsa conoscenza sensoriale in materia, cioè non ha gli strumenti per apprezzare direttamente la qualità di un vino. Per orientarsi in questo oceano, fatto di migliaia e migliaia di etichette, si orienta con la bussola del prezzo.
Dopo i tragici fatti del metanolo di quindici anni fa, al consumatore è stato insegnato che il buon vino, quello vero, quello genuino, quello ottenuto dal duro lavoro della terra, deve (da sottolineare deve) costare caro. Quindi nella sua testa è chiara l'equazione: "caro uguale buono!", ovvero "più spendo meno spendo!". La qual cosa, alla faccia del buon rapporto qualità/prezzo tanto decantato, ha portato molti consumatori a sospettare dei vini a prezzo contenuto. Tant'è che molti buoni vini con un prezzo ragionevole rimarrebbero invenduti, possono essere agevolmente collocati sul mercato con il semplice accorgimento: di aumentargli il prezzo. Il prezzo è diventato quindi il corrente metro di misura della qualità, che finisce per scatenare fenomeni di emulazione tipicamente italioti. Il classico ragionamento del produttore italiano è il seguente: "se Gaja - giusto per fare un nome - vende a 100, io che faccio un vino buono come il suo (!) non potrò essere da meno!"
E quindi costui si sente autorizzato a vendere il suo vino allo stesso prezzo, o a un prezzo non troppo distante da quello di Gaja. Un ulteriore fattore aggravante sul fronte dei pezzi è la rarità del prodotto: se il vino è in tiratura limitata, il suo valore aumenta. Ma in questo mercato delle apparenze non è effettivamente importante che la produzione sia limitata, basta che sembri tale. Per cui alla telefonata del cliente il produttore non risponde mai con entusiasmo assecondando il suo ordinativo, ma porrà sempre dei problemi "vede non ce n'è quasi più, giusto perché lei è un buon cliente" ecc.!, e finirà per consegnare un quantitavo inferiore a quello richiesto.
Un trucco che funziona sempre. Poi c'è il fattore moltiplicatore dovuto ai riconoscimenti di qualche guida. Capita spesso che il vino tale costa una cifra ragionevole, ma dopo aver conquistato "i tre bicchieri del Gambero Rosso" il suo prezzo raddoppia come minimo. Grazie a tutto ciò i prezzi dei vini italiani hanno raggiunto livelli molto elevati (ai quali vanno poi aggiunti i ricarichi della distribuzione, delle enoteche e dei ristoranti). Il clima è solo di apparente euforia perché gran parte di questi vini finiscono all'estero, o sono consumati dagli stranieri quando vengono in Italia (avete notato che quasi sempre chi ordina una bottiglia di Barolo al ristorante parla tedesco, inglese o giapponese?).
Senza contare che buona parte di questi vini non sono bevuti, perché da molti sono considerati vini da investimento con i quali fare buone speculazioni. L'impressione è che si sia tirata troppo la corda e che ora si stia arrivando a una resa dei conti. Già perché il mondo del vino non coincide più con i confini della Patria o con il territorio del continente europeo. Sul mercato si stanno imponendo prepotentemente vini del nuovo mondo che - a parità di prezzo - piacciono di più agli stranieri, ma anche agli italiani. Germania, Stati Uniti e Canada danno segnali di nervosismo. Ma non crediate che nei prossimi anni assisteremo a una ragionevole diminuzione dei prezzi.
Il produttore ha il suo ferreo motto: indietro non si torna. Il prezzo elevato è un fattore di immagine e pertanto il listino prezzi non si tocca. Sarebbe una sconfitta. Ma solo sulla carta, perché poi sottobanco lo stesso produttore pur di vendere applica la scala sconti, che è ripida come la scala che porta alla perdizione.

Francesco Arrigoni

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