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FATTI & SFATTI / VINO

Vetrini colorati, specchietti, medaglie e fascette

 


 

"Fatti & Sfatti" accende i riflettori sugli argomenti più scottanti, attuali e curiosi del mondo dell'enogastronomia. Una rubrica graffiante, a volte polemica, ma sempre propositiva, con lo scopo di costruire e non di demolire. Uno spazio dove vengono trattati anche argomenti dei quali solitamente non si ha il coraggio di parlare. Un pezzo scritto con uno stile agile, a volte divertente e dissacrante, che lo renderà facimente consultabile anche ai numerosi lettori non addetti ai lavori. Buon divertimento!

A cura di Mario Crosta

Pubblicato il 6 Settembre 2005

Vetrini colorati, specchietti, medaglie e fascette

Per entrare in argomento.....

Il marketing di molte cantine e perfino di alcuni Consorzi le studia tutte pur di affermare i propri vini indipendentemente dalle effettive qualità che possiedono. Anche le fascette apposte sulla capsula delle bottiglie dei vini DOCG hanno assunto col tempo agli occhi del consumatore un ruolo diverso da quello per cui sono state concepite, assumendo quello di una garanzia che va ben oltre l'origine, dando quindi al vino un valore maggiore.

Si racconta che Cristoforo Colombo nel 1492 abbia conquistato una miriade di isole ed isolette del Nuovo Continente senza trovare resistenza da parte della popolazione indigena grazie a qualche manciata di vetrini colorati e di specchietti da lui donati in omaggio come se fossero degli autentici preziosi. A dire la verità questa l'abbiamo davvero bevuta in pochi sui banchi di scuola, anche perchè non si capisce come mai la Spagna ed il Portogallo abbiano poi proseguito la conquista delle Americhe con le cannonate e le cariche della cavalleria, invece di consolidare ed espandere quell'iniziale e fruttoso commercio di cristalleria varia, certamente meno sanguinoso, dando lavoro ai mastri vetrai per esempio di Murano piuttosto che ai becchini.

Ma la Storia insegnata, ahimé, colora troppo spesso di rosa quelle cruente carneficine che in realtà sono state alla base di molti avvenimenti un po' troppo romanticamente raccontati. Come ben sanno i Siciliani ed i Calabresi, dietro Garibaldi ed il suo esercito di volontari infiammati dall'ideale dell'unità d'Italia si mossero subito nelle retrovie i vari Nino Bixio e poi i Bersaglieri per far piazza pulita degli insorti locali che cacciavano i servi locali dei Borboni reclamando l'applicazione del popolare Editto di Salemi firmato allo sbarco dall'eroe dei due mondi. Garibaldi avanzava e alle sue spalle si impiccava e si fucilava senza pietà, come a Bronte ed in Aspromonte. E' passato tanto tempo, ma la politica degli specchietti per le allodole, per non parlare di veri e propri bidoni, continua purtroppo a fare vittime in tutti i campi, compreso quello del vino. Basta vestire bene una bottiglia, con della paglia, del sughero, una bella cravatta, un cartoncino appeso al collarino, qualche bel sigillo in ceralacca, e il consumatore poco attento si ritiene soddisfatto dell'acquisto qualunque sia il liquido che questa contiene e magari ne fa pure omaggio ai propri amici. Perfino un bollino con lo stemma di qualche Consorzio oppure l'evidenza grafica delle medaglie vinte a quache esposizione da qualche parte del mondo possono servire allo scopo.

Da molti anni non è più obbligatoria la fascetta sui vini DOC, mentre è diventata obbligatoria la fascetta ministeriale sui vini DOCG. La fascetta rosa apposta sopra la capsula dei vini a Denominazione d'Origine Controllata e Garantita garantisce appunto che quel vino ha un'origine controllata e garantita, cioè è stato fatto in una certa regione vitivinicola secondo le regole stabilite dal disciplinare di produzione. Ma non garantisce assolutamente la qualità intrinseca del vino, soltanto la sua origine territoriale ed il rispetto del relativo disciplinare di produzione.

Infatti, se andiamo a scavare un po' più in profondità, ci rendiamo presto conto che quella stessa fascetta rosa è apposta sulla capsula di vini che hanno prezzi molto diversi, si va dai 3 fino ai 60 euro, e livelli di qualità assolutamente differenti. Questa benedetta, o maledetta, fascetta rosa accomuna dunque indistintamente dei vini che valgono poco e dei vini che valgono molto, marcandoli tutti allo stesso modo con quella G che significa garantita e che all'occhio del consumatore meno informato dà un valore aggiunto al vino che contiene.

Una bella fascetta è pur sempre un segno di distinzione, qualcosa che garantisce una dote in più rispetto alla stragrande maggioranza delle altre bottiglie che non ce l'ha. Il consumatore meno informato fa riferimento alla fascetta rosa come se questa garantisse anche la qualità del contenuto, attribuendo ad essa un valore distintivo, come se fosse una medaglia, e ad avvantaggiarsi di questa sua erronea interpretazione sono proprio le cantine che producono i vini dal prezzo più basso. Perchè comprare un Chianti Classico a 60 euro in enoteca quando lo si può compare a 3 euro al supermercato, tanto la confezione della bottiglia è simile e tutt'e due hanno la stessa fascetta di garanzia?

Quella fascetta in questo caso può essere usata dai geni del marketing di alcune azinde appunto come un vetrino colorato, uno specchietto per gli indiani, perchè di fatto dà valore anche a un vino che non ne ha. In parole povere, perfino chi ha le mutande bucate ed i calzini rattoppati, purché non si vedano, fa la sua bella figura se porta un Rolex al polso, magari comprato a 50 dollari in Thailandia, cioè falso. Ma da lontano chi lo distinguerebbe da quello vero? Lo sanno tutti che al giorno d'oggi si compra più la confezione esterna che non il contenuto, basta fargli una bella pubblicità.

Siamo arrivati al punto che un Consorzio ha voluto reintrodurre la fascetta, perfino con un altro colore purché fascetta sia, anche per i suoi vini DOC, contando così di restituire ai suoi vini, con questo cravattino chic, un prestigio che anni di autentica incuria avevano minato. Se vogliamo invece dare importanza agli elementi fondamentali piuttosto che a quelli secondari, potremmo regolarci come fa ogni automobilista. Anziché riferirci al bollo di circolazione, che tutte le auto possiedono per poter viaggiare su strada, dovremmo semmai riferirci in modo più evidente alla marca ed al tipo d'auto. Cioè evidenziare in etichetta il nome del produttore e quello del vino a lettere cubitali, il resto delle informazioni obbligatorie segua pure nel testo dell'etichetta e tutte le altre, facoltative, si aggiungano pure nella eventuale retroetichetta.

Al giorno d'oggi sono i nomi del produttore e del vino che costituiscono la vera garanzia del contenuto della bottiglia, non le fascette, non i bollini, non i vetrini colorati né gli specchietti. Sarei proprio curioso di vedere come faranno a vendere bene dei vini DOCG quelle cantine che si firmano con delle sigle intraducibili, come Ci.Si.Ci.Si.Vi. o simil paccottiglia...

Ce ne sono troppe che approfittano della fascetta, che assume una funzione certamente qualificante almeno agli occhi del consumatore meno informato, per poi nascondersi dietro l'anonimato di una sigla che lo disorienta facilmente ed inesorabilmente quando, una volta giunto a casa, comincia a leggere l'etichetta con gli occhiali buoni o con la lente d'ingrandimento per capire chi è che ha fatto quel vino e chi è che lo ha imbottigliato.

A scanso di equivoci, per non essere male interpretato, non è che sia contrario in linea di principio alle varie fascette, applicate per assicurare la tracciabilità, per ragioni fiscali o per altri nobilissimi motivi. Sono contrario ai berretti messi in testa ad un asino, perchè sotto quel berretto l'asino rimane tale anche se si dà arie da portinaio, da usciere, da carabiniere o da militare. Ognuno metta pure il vestito, la cravatta, i polsini e l'orologio che vuole, un senso queste cose ce l'avranno pure. Ma il re è re anche quando è nudo e l'abito non fa mai il monaco.

Mario Crosta

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