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FATTI & SFATTI / VINO

Difesa dei vini tipici e coltivazione dei vitigni atipici!

 


 

"Fatti & Sfatti" accende i riflettori sugli argomenti più scottanti, attuali e curiosi del mondo dell'enogastronomia. Una rubrica graffiante, a volte polemica, ma sempre propositiva, con lo scopo di costruire e non di demolire. Uno spazio dove vengono trattati anche argomenti dei quali solitamente non si ha il coraggio di parlare. Un pezzo scritto con uno stile agile, a volte divertente e dissacrante, che lo renderà facimente consultabile anche ai numerosi lettori non addetti ai lavori. Buon divertimento!

A cura di Mario Crosta

Pubblicato: Maggio 2004

Difesa dei vini tipici e coltivazione dei vitigni atipici: una contraddizione tutta italiana

Per entrare in argomento.....

La coerenza non sempre alberga nella mente degli italiani. Infatti gli stessi produttori che si sono tanto scaldati quando l'Unione Europea ha cercato di accontentare il WTO, rendendo disponibili sui mercati mondiali alcuni tra i termini usati dalle più importanti denominazioni vinicole italiane tipiche, nei propri vigneti e nelle proprie cantine sovente giocano in campo avverso con vitigni, legni e tecnologie fotocopiati dall'estero. Il rischio concreto è che lo strapotere dei vitigni e dei vini "internazionali" fra qualche anno renderà vana la battaglia nazionale della tipicità semplicemente perchè non esisterà più alcuna tipicità da difendere...

Gridare « al ladro, al ladro! » quando i buoi sono scappati è tipico dell'italiota, e quello che leggo in molti dei quotidiani di provincia fra i più letti dai vitivinicoltori in questi ultimi tempi ci somiglia davvero! La Comunità Europea ha deciso tout-court di liberalizzare l'uso internazionale di alcune denominazioni tipicamente italiane come Amarone, Brunello, Cannellino, Morellino, Recioto, Sforzato, Vin Santo, ecc. ecc. e subito la potente macchina elettorale degli occupanti di cadreghini più o meno importanti si è sentita in dovere di dar fiato alle trombe per dare un contentino ai propri elettori, sollevando un polverone per non combinare poi un bel cavolo di niente. E una pletora di mosche cocchiere, scribani coerenti come un coro di cornacchie, si è aggregata alla caccia all'untore, usando parole roboanti e insurrezionali, ma ha volutamente dimenticato che a mangiare pane e volpe non sono soltanto gli stranieri. Della serie: già visto!

Le uniche posizioni di raro equilibrio le ho trovate soltanto nella ferma protesta del presidente del Consorzio del Marchio Storico Chianti Classico, Giovanni Ricasoli Firidolfi, contro una Commissione Europea che invece di preoccuparsi di risolvere i nostri problemi sembra piuttosto sensibile alla difesa degli interessi delle grandi corporations e multinazionali extraeuropee, ma anche nella lettera aperta inviata a Romano Prodi dal Comitato di Difesa delle Produzioni Nazionali su invito dell'Associazione della Stampa Agroalimentare italiana (www.asa-press.com), contenente la richiesta di sospendere la procedura di adozione del famigerato regolamento CEE 316/2004. Una protesta misurata e una richiesta cautelativa cui mi associo, perchè fatte in modo serio e non qualunquista.

Suggerirei comunque di andare a leggere più attentamente quel regolamento, cosa che pare non siano abituati a fare gli agit-prop impegnati a fare imbufalire centinaia di migliaia di vignaioli a scopo chiaramente elettorale piuttosto che a confrontarsi con le loro intelligenze in senso costruttivo e moderno, visto che non ha più senso il protezionismo in un'economia mondiale sempre più integrata, come non avevano senso le cisterne di vino italiano rovesciate per le strade nel sud della Francia qualche anno fa dai vignerons, fra gli applausi della claque. Vi si scoprirebbero comunque delle condizioni precise all'uso dei termini in questione. Intanto l'australiano, l'argentino o il sudafricano che volesse stampare sulle sue etichette questi nomi a noi tanto cari deve dimostrare di averli utilizzati nel suo Paese da più di 10 anni. Il suo Paese inoltre deve assicurare che quella dicitura sia famosa e venga usata ininterrottamente da almeno 25 anni e che sia previsto l'uso della lingua italiana nella propria legislazione vitivinicola. Il regolamento in questione comunque non autorizza gli imbottigliatori stranieri a etichettare i loro vini con le denominazioni d'origine italiane, per esempio Amarone della Valpolicella, Brunello di Montalcino, Cannellino di Frascati, Morellino di Scansano, Recioto della Valpolicella (o di Gambellara, o di Soave), Sforzato della Valtellina, Vin Santo del Chianti (o del Chianti Classico, o di Montepulciano) ecc. ecc. ma soltanto con dei termini molto più generici, tipo Amarone, Brunello, Cannellino, Morellino, Recioto, Sforzato, Vin Santo e via dicendo. Ciò impedirebbe le furbate.

E poi... guardiamoci bene negli occhi! Tanti anni fa anche i nostri produttori di spumante metodo classico scrivevano in etichetta metodo champenoise, quest'ultima parola in francese, dopo aver assunto in quel di Reims ed Epernay i loro enologi e cantinieri e dopo aver adottato i loro vitigni, i loro cloni, i loro portainnesti e attrezzato le cantine con la loro stessa tecnologia. La ferma, ma con savoir vivre, protesta dei francesi ci ha indotti a pi ù miti consigli e visti i risultati non mi sembra proprio che abbiamo fatto un danno all'enologia aggiungendo un meraviglioso spumante rifermentato in bottiglia, dai profumi e dai sapori un po' pi ù mascolini e mediterranei, al convivio degli appassionati delle bollicine. Direi anzi che una sana competizione ha migliorato semmai la qualità di entrambe i prodotti e calmierato un po' i prezzi a tutto vantaggio del consumatore, che non è per niente tonto e sa ben distinguere ciò che cerca.

È più preoccupante invece quanto sta avvenendo in casa nostra. Conosciamo i nostri polli, vignaioli che hanno estirpato e stanno estirpando vigne storiche per esempio di arneis, albana, canaiolo bianco, damaschino, passerina nei territori più vocati, per piantumare magari chardonnay, mourvèdre, syrah, prendendosi gioco dei disciplinari di produzione e utilizzando tutte le uve dai nomi più fantasiosi, anche quelle non autorizzate negli elenchi ufficiali, pur di distinguersi in qualche maniera strizzando l'occhiolino ai guru delle guide ed ai degustatori improvvisati, che nel nostro bel Paese proliferano letteralmente. Sono bizze che fanno a pugni con il territorio e con le sue tradizioni e che hanno immesso sul nostro mercato vini sempre più rivolti a conquistare quello anglosassone, sottraendo sempre pi ù ai palati fini dell'italico suolo l'abituale ricchezza di offerta fra cui scegliere i vini locali più adatti alle gustose pietanze della cucina del posto. Decine di vitigni autoctoni sono già scomparsi grazie a questa trovata d'indubbio sapore commerciale e con essi il senso della storia, il piacere della scoperta, l'orgoglio d'Enotria, scoperta a rubacchiare assemblaggi al bordolese e legni alla California.

Il vino è indissolubilmente legato al territorio, ne è un ideale ambasciatore, è la carta da visita di un paesaggio, il tour operator degli agriturismi, dà il senso della famiglia, restituisce la speranza di rinascita di piccoli paesi alle giovani generazioni con la tentazione d'emigrare. Se volete andare a fare le ferie in un qualsiasi altro posto del mondo, scoprirete degli ottimi vini dal fascino esotico. In Uruguay hanno un tannat eccezionale, a Eger un Egri Bikaver favoloso, in Croazia deglli stupendi plavac mali, in Nuova Zelanda dei sauvignon superlativi. Ma volete mettere la delusione, durante una gita in Oltrepò fra qualche anno non molto lontano, se vi scoprissimo delle distese di vigneti.... di chenin, zweigelt, tempranillo, garrut e sara-pandas? La stessa che si prova in un ristorante di lusso dove si paga un conto a tre cifre per un brodo fatto col dado, un pesce scongelato o un gelato confezionato. Chi la fa, l'aspetti.

Mario Crosta

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